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"Il marmo: un lungo addio"
di Carlo Bordoni
Il marmo, a Carrara, è di casa. La sua disponibilità è
storicamente così ampia da essere utilizzato come materiale d'uso
comune per la realizzazione di oggetti per la casa, per l'arredo, per
l'edilizia. Chi ha vissuto, come chi scrive, l'infanzia e l'adolescenza
in questa città, è abituato a convivere col marmo al punto
da non vederlo più. A considerarlo non un materiale di pregio,
ma di normale utilizzo, forse persino abusato e magari anche superato.
Nelle case era abituale avere acquai in marmo, di un marmo annerito e
macchiato d'unto, che le madri non vedevano l'ora di sostituire con acciaio
inossidabile o con la più pratica ceramica. Davanzali e stipiti
in marmo facevano da cornice alle finestre, scalini di marmo nelle scale,
anche all'esterno, con l'inevitabile scivolosità sotto la pioggia.
Graniglia o mattonelle di marmo nei pavimenti, di marmo i battiscopa,
le balaustre, le colonnine, le mensole, le vasche, i mortai, i rivestimenti,
le decorazioni di terrazze e facciate.
Le pareti di bagni, ospedali, macellerie e servizi igienici erano rivestite
di lastrine di marmo dozzinale, perchè costavano di meno delle
asettiche mattonelle di ceramica. Il tutto assumeva un'aria greve e un
po' funerea.
Se poi, nelle strade e nelle piazze, oltre a fontane, panchine e cippi
marmorei, s'incontravano anche monumenti di marmo, era facile non farci
nemmeno caso. Era così scontato, così prevedibile, che tutte
quelle cose fossero nel materiale tratto dalle cave, che non s'immaginavano
alternative possibili.
Le stesse cave facevano parte del paesaggio. Stavano lì da tanto
tempo: la loro storia era scritta nella memoria biologica dei nostri padri.
Tutti avevamo qualcuno in famiglia che era stato cavatore, scalpellino,
ornatista, scultore, commerciante di marmo.
Di marmo e nel marmo erano anche i giochi dell'infanzia. A confrontarsi
in lunghe battaglie tra i blocchi dei depositi o delle segherie, trasformati
dalla fantasia in fortini formidabili; a saltare sopra i vagoni neri della
marmifera, che passava per aree suburbane deserte e assolate.
No, chi ha vissuto quegli anni non ha percepito il marmo come materiale
nobile. C'è stato bisogno di un apprendistato, di una riflessione
culturale, di una maturazione indotta, per capirlo. E mentre questa percezione
si andava formando, grazie alla scuola, agli studi, all'esperienza e al
confronto con altre realtà sociali, quel marmo dell'infanzia andava,
di pari passo, scomparendo.
Usciva di soppiatto dalla nostra realtà quotidiana, lentamente
ma definitivamente. Veniva sostituito dal legno, dal cemento, dalla plastica,
dall'alluminio anodizzato, in una generale omologazione dei materiali
che travalica le frontiere e calpesta usi locali e vocazioni naturali,
nel nome della praticità e dell'economia. La fretta di disfarsi
di una tradizione forse troppo pesante, coinvolgente e, alla lunga, insopportabile,
ha portato a chiudere la maggior parte dei laboratori di marmo, quelle
piccole botteghe a carattere artigianale che, sparse nel tessuto cittadino,
costituivano la caratteristica di Carrara e producevano una miriade di
manufatti, oggetti, lapidi, riproduzioni di opere famose.
Sono rimasti i pochi laboratori maggiori, dove passa la grande scultura,
a tenere viva una cultura che è sostanzialmente ignorata da buona
parte degli abitanti. Ora il marmo non si ferma più a Carrara.
Transita. Dalle cave al mare. Il marmo va altrove. A fornire la materia
prima per l'architettura e l'arredo urbano, a decorare piazze e uffici
prestigiosi, a rivestire eleganti palazzi di sottili lamine, grazie a
tecnologie avanzatissime.
Attraverso centinaia di autocarri che sfilano ogni giorno per la città
senza posa, portando via tutto ciò che è possibile. Dal blocco
pregiato al granulato, dal semilavorato alla polvere di carbonato di calcio,
in una corsa sempre più frenetica. Quasi un'interminabile smobilitazione.
Un lungo addio tra la città e l'ingombrante tesoro delle sue montagne.
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