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"Scultura per il nostro tempo"
di Valerio Rivosecchi
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Valerio Rivosecchi, docente di Storia dell'Arte
all'Accademia di Belle Arti di Carrara |
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La sezione della Biennale dedicata ai nostri giorni costituisce nel suo
insieme un interessante panorama di alcune delle tendenze più diffuse
nella scultura contemporanea. Il filtro alla base della selezione degli
artisti è dato semplicemente dal luogo di produzione: i laboratori di
Carrara e della Versilia. Il tema di fondo, la domanda alla base di questa
sezione della mostra, può essere soltanto una: in che modo gli artisti
contemporanei hanno saputo servirsi del patrimonio di esperienze e di
capacità racchiuso in questi luoghi? Questo interrogativo ne apre molti
altri, sul rapporto tra tradizione e modernità (e post-modernità); sul
rapporto tra una scultura affidata alla materia e al suo peso storico
e la diffusione sempre più ampia di linguaggi in cui il termine “scultura”
si interseca con l’installazione e l’environment; sull’apporto creativo,
oltre che puramente tecnico, offerto dai laboratori e dai molti scultori,
anche meno famosi, che formano il tessuto connettivo della zona. In una
mostra così concepita, le assenze sono significative quanto le presenze:
manca ad esempio qualsiasi rappresentanza della scuola di scultura inglese
degli ultimi vent’anni, ma non è una assenza casuale, nasce semplicemente
dal fatto che mentre artisti di ogni parte del mondo continuano a venire
qui e a usare tutte le possibilità simboliche e operative offerte dal
marmo, dalla pietra, dal bronzo, le presenze di artisti inglesi, dopo
la sconvolgente incursione di Moore a metà degli anni Sessanta, appaiono
abbastanza limitate, anche se va ricordato, sia pure per inciso, il caso
di Richard Long e delle sue mirabili installazioni ambientali.

La prima qualità, e non da oggi, dei laboratori e degli artisti-artigiani
di Carrara e Pietrasanta è data dalla loro disponibilità ad accogliere
e a fare propri i linguaggi della scultura senza porsi domande sulle loro
valenze estetico-filosofiche, ma solo sulla loro praticabilità in termini
materiali. E’ stato così ai tempi di Bernini, è stato così per Canova
e Thorvaldsen, per Henry Moore e Max Bill, e oggi per Jeff Koons e Louise
Bourgeois. Portate un bozzetto alto dieci centimetri in un laboratorio
di quelli buoni, e loro vi faranno una scultura perfetta e ben funzionante,
alta magari dieci metri. E’ difficicile capire la particolare dimensione
in cui si esplica la scultura in questi luoghi senza aver visitato, almeno
una volta, un laboratorio tra i tanti che operano all’ombra delle Apuane:
vi si trovano fianco a fianco i capolavori di grandi scultori e i sogni
di dentisti arricchiti, che fanno scolpire qui le loro improbabili invenzioni
per metterle in giardino, vicino ai nani di Biancaneve. Falli di marmo
per una clientela in via di espansione, monumentali sculture celebrative
per parchi americani, realizzate in poche settimane sulla base di disegni
spediti via fax, incredibili creazioni del genio italico, come la Cadillac
in marmo, scala 1:1, realizzata utilizzando come modello una vera automobile.
Girando per i laboratori vengono meno molti luoghi comuni sul lavoro in
marmo, ad esempio l’idea di eternità e di solennità che ad esso è associata:
Semmai è vero il contrario, il marmo è un materiale, se usato bene, docile
e versatile, adattissimo a culture teatrali ed effimere come quella barocca
o quella contemporanea. Un materiale perfetto per i tempi brevi della
committenza attuale, e per le esigenze della serialità (che dalla Pop
art in poi è anche un valore estetico). In questa specie di paradiso della
scultura, protetti dalle Apuane che sono esse stesse delle immense opere
di Land art, sono molti gli artisti che trovano la loro Via, a diversi
livelli. Come semplice ausilio tecnico, come luogo di incontro, come luogo
carico di una sua sacralità, di una energia che stimola imprevedibili
percorsi creativi. Sia pure nella ristretta campionatura operata per la
presente mostra, è così possibile prendere contatto con alcune delle motivazioni
di fondo della ricerca contemporanea, soprattutto di quella che crede
ancora nell’idea della scultura come oggetto “chiuso”, contenitore di
idee e significati raccolti e tradotti in materia.

Tra le foto pubblicate in questo catalogo ce n'è una commovente: è quella
scattata da Ugo Mulas alla Colonna del viaggiatore di Arnaldo Pomodoro.
Spoleto 1962: la prima versione della Colonna, realizzata in acciaio,
appare illuminata, in primo piano, mentre sullo sfondo galleggia nel buio
la mole della Rocca di Albornoz e più vicino i cartelli stradali con le
distanze in chilometri per Terni e Roma.
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Henry Moore,
Guerriero con scudo |
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Quante cose racconta quella foto. L' Italia del boom economico, il sogno
di tanti artisti di poter innestare una cultura moderna e vitale in un
paese dal cuore antico e contadino. Il segno splendente della scultura
di Pomodoro non è poi così diverso dai Tagli di Fontana, che lo stesso
Mulas ci ha raccontato in una serie indimenticabile di scatti. In entrambe
i casi si avverte una utopia progettuale, la fiducia nei valori e nei
significati estetici della contemporaneità. Vengono in mente le riviste
prestigiose e coraggiose di quegli anni: "L'esperienza moderna", "Azimuth",
"Civiltà delle macchine". L'impegno civile e l'intelligenza critica di
Ballo e Dorfles, Argan e Crispolti, le intuizioni poetiche di Leonardo
Sinisgalli e Gastone Novelli. La scultura di quegli anni assaporava il
gusto della sperimentazione e della provocazione: non più monumenti celebrativi
o operazioni cosmetiche degli spazi urbani, ma segni forti e presenze
inquietanti, basate sulla fiducia in un necessario rapporto tra arte e
società civile, su una idea fortemente "politica" di scultura, nel senso
più alto del termine, ovvero come proposta di modelli percettivi, di una
Weltanshauung non sempre tranquillizzante. L'arte poteva essere il luogo
in cui far riflettere, e perfino esplodere, le contraddizioni di una società
in crescita. Così, per restare alla Colonna, poteva essere in quel momento
la scultura più moderna d'Italia e sembrare addirittura una pubblicità
per il lavoro delle acciaierie, ma allo stesso tempo era anche il risultato
di un viaggio appena compiuto in Messico e rappresentare con la sua presenza
magica e arcaica una sfida alla civiltà dei consumi. Rimaneva in ogni
caso l'impegno di trasformare ognuna di queste riflessioni in un linguaggio
originale e il più possibile autonomo dal passato, nella piena convinzione
che ogni segno espressivo è intimamente generato dal rapporto con la propria
epoca, ed è proprio questa fiducia di fondo nella modernità a fare da
denominatore comune, almeno fino alla fine degli anni Settanta, a tante
esperienze diverse, sia quelle di matrice informale ed espressionista
che quelle originate dal Razionalismo e dal Costruttivismo.
Quest'ultima corrente ha visto la presenza a Carrara di uno dei suoi
massimi protagonisti, Max Bill, che qui ha realizzato il capolavoro della
sua lunga carriera, ovvero la versione in granito sardo di Continuitat,
destinata alla sede della Deutsche Bank di Francoforte. Bill aveva elaborato
l'idea di partenza fin dal 1935, partendo da una semplice striscia di
carta ritorta e incollata agli estremi. Inizialmente l'artista non sapeva
neppure che quella forma geometrica fosse il celebre "anello di Moebius",
ne intuiva semplicemente gli sviluppi plastici come suggestione di una
lettura infinita dei volumi, una sorta di icona di una geometria non euclidea.
A forza di lavorarci sopra, di pensarla e realizzarla in materiali diversi,
quella idea iniziale è arrivata ad essere una delle sculture più significative
e classiche del Novecento europeo, un "monumento" tutto speciale alla
Ragione e alla lucidità mentale, come antidoti ai molti mostri generati
dal nostro tempo. Nel 1983 Bill si reca in Sardegna per scegliere il blocco
di granito dal quale sarà tratta la scultura, realizzata dal laboratorio
SGF di Carrara. Si tratterà di una impresa veramente “faraonica”: il peso
del blocco renderà necessario il consolidamento di alcuni dei ponti lungo
la strada in Sardegna e si dovrà costruire un apposito laboratorio a Marina
di Carrara. Le fasi di lavorazione, soprattutto nella definizione degli
spazi interni della scultura, metteranno a dura prova l’abilità dei tecnici.
Il lavoro sarà compiuto in due anni e nel 1986 verrà collocato nella sua
sede attuale.
Si dirà che quella scultura, così legata alla matrice razionalista, al
mito dell'arte-educazione coltivato dal Bauhaus, è in quel momento una
scultura fuori tempo, ma anche questo fa parte del "gioco" particolare
di Carrara e Pietrasanta: alcune idee vi arrivano al termine di un lungo
viaggio, altre non vi arrivano per niente. Avviene così che tutta una
parte importante della ricerca plastica contemporanea, quella generata
dalla Pop art o dal Nouveau realisme, così come dall'Arte povera o dalle
correnti concettuali, rimane abbastanza lontana da questi luoghi, per
ragioni ovvie ma anche in questo caso con delle eccezioni significative,
come ad esempio quelle di Michelangelo Pistoletto e di Louise Bourgeois,
artisti che da molti anni frequentano laboratori storici come quello di
Carlo Nicoli, seguendo tuttavia percorsi assolutamente personali. La ricerca
contemporanea segue molti fili diversi, i valori etici e politici generati
dal clima del dopoguerra si sono trasformati nel tempo, perdendo (fortunatamente)
i tratti più dichiaratamente ideologici, ma non per questo si è abbassato
il livello di guardia: La Toscana ha ospitato, negli ultimi trent’anni
alcune esperienze veramente fondamentali, come la storica edizione di
Volterra 73, e la serie delle mostre di Forte Belvedere, che hanno portato
all’attenzione del grande pubblico motivazioni estetiche di grande rilievo.
Tra gli artisti che hanno raccolto l’eredità di una scultura impegnata
su grandi temi etici, possiamo citare l’israeliano Dani Karavan, un artista
cresciuto artisticamente in Toscana, (accanto a un maestro come Giovanni
Colacicchi) un artista che ha saputo trovare nuovi mezzi espressivi (il
laser, le grandi installazioni ambientali) per contenuti antichi e di
perenne attualità, come la pace e il rapporto uomo-natura. Un altro contributo
importante alla ridefinizione dei ruoli della scultura e delle sue possibilità
di contatto con un pubblico sempre più vasto, è giunto dalla presenza
di alcuni parchi ormai celebri nel mondo, come quello dedicato ai Tarocchi
e realizzato da Niki de Saint-Falle nei pressi di Capalbio, quello di
Daniel Spoerri a Seggiano, gli Spazi d’arte voluti da Giuliano Gori a
Celle di Pistoia.
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Louise Bourgeois,
Senza titolo |
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Superata la relativa crisi indotta dal prevalere di linguaggi di carattere
concettuale, i laboratori di Carrara e Pietrasanta hanno ritrovato un
fervido rapporto con le ricerche plastiche d’avanguardia grazie al prepotente
fenomeno del ritorno all’immagine e all'oggetto che ha segnato gli ultimi
vent'anni di produzione artistica internazionale, in Italia con movimenti
come la Transavanguardia o la "Nuova maniera", in Europa e negli USA con
gli sviluppi in chiave postmoderna del dadaismo e della Pop art. Per scultori
postmoderni come l'americano Jeff Koons nulla è più adatto della abilità
estraniante e "fredda" con cui gli artigiani-artisti di Pietrasanta traducono
in candido marmo le bollenti curve di Cicciolina, ed ecco nascere opere
intelligenti e smaliziate come Busto borghese, Jeff e Ilona, 1991. Banalità
ed edonismo, individualismo e pornografia in pantofole, il tutto in una
raffinata citazione del realismo borghese fine Ottocento. Nella nuova
mentalità che priva i linguaggi della loro storicità e se ne serve indifferentemente
in una sorta di banchetto finale del millennio, la pratica della citazione
si estende in tutte le direzioni, la metafora critica più efficace è quella
inventata da Achille Bonito Oliva: l'arte procede "con il passo del gambero",
camminando all'indietro o di lato. Finita l'epoca dell'impegno e della
politica, tramontate le grandi utopie del Novecento, l'arte ritorna a
lavorare su se stessa, ritrovando il piacere della materia e del racconto
personale, con un aspetto a tratti ludico e ironico, gratuito e sorprendente.
Uno dei più attenti interpreti di questa epoca, Luigi Ontani, ama citare
a memoria una frase di Vico "Il più sublime lavoro della poesia è alle
cose insensate dare senso, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose
inanimate , trastullandosi, favellare come se fossero persone vive", finita
la fiducia nel progresso, inizia l'epoca della regressione e del "ritorno",
all'infanzia personale e all'infanzia dell'arte. Si apre alla ricerca
artistica un campo vastissimo, e altrettanto vaste e variegate sono le
risposte. Nella loro apparenza le opere prodotte in questo periodo sono
più "facili": sono concrete, colorate, "rappresentano" qualcosa, ma ci
si dimentica che nella maggior parte dei casi nascono in una dialettica
molto stretta con una dimensione concettuale. Le sculture di Koons hanno
un senso se le si pensa accanto o dopo le istallazioni fatte con le palle
da basket o gli aspirapolveri, le sculture di Ontani sono l'altra faccia
delle sue performances, le installazioni di Anne e Patrick Poirier sono
parte di un percorso che comprende le loro opere concrete quanto i loro
viaggi, le riflessioni, gli "erbari" e i testi trascritti in biblioteca.
La comprensione profonda delle opere esposte in questa parte della mostra
richiede da parte dello spettatore una volontà di approfondimento che
sappia andare al di là delle apparenze, tante sono le componenti di carattere
storico-artistico e personale che entrano nella storia di ciascuna scultura.
Il riferimento ai linguaggi formali e a iconografie del passato, comune
a scultori come Mitoraj e Vangi, Borghi e Finotti, avviene con modalità
ogni volta diverse, che non possono essere catalogate semplicemente come
nostalgiche evocazioni del “classico” (che poi tutto è, meno che classico).
Perfino i pupazzi ipertrofici di Botero suscitano il sospetto che il loro
eccesso di volume nasconda la sottile, infida presenza del Nulla.

Non bisogna dimenticare che la radice filosofica di tutte le strategie
del "ritorno" risale nel pensiero e nell'arte moderni alle filosofie nichiliste
di fine Ottocento:“Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre
l’anno dell’essere. Tutto crolla, tutto viene di nuovo connesso; eternamente
l’essere si costruisce la medesima abitazione. Tutto si diparte, tutto
torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere”.
Così parlò Zarathustra, e questa profezia, attraverso mille rivoli ha
permeato il percorso della modernità, scardinando a poco a poco la visione
positivista, evoluzionistica e lineare dell’arte. I primi e a tutt'oggi
più consapevoli interpreti di questo mito dell’”eterno ritorno”, De Chirico
e suo fratello Savinio, sono stati anche i primi artisti dell'avanguardia
a fare della Memoria il vero motore della creazione, e anche i soli che,
grazie alla loro condizione nomade e cosmopolita, potevano intrecciare
i fili della cultura europea. Nietzsche e Vico, Schopenhauer ma anche
la corrosiva e salutare ironia voltairiana: nel complesso nodo filosofico
esplorato dai due Dioscuri, ogni “ritorno”, alla Grecia, al Quattrocento,
al Barocco, avviene sotto il segno dell’ironia e della critica, nella
piena consapevolezza della sua reversibilità. Quello del “ritorno” è un
gioco pericoloso, e senza una buona dose di quell’ironia appresa nelle
infuocate notti francesi, accanto ad Apollinaire e a Cocteau, sarebbe
stato facile scivolare nella retorica, nella nostalgia fine a se stessa,
soprattutto nella noia e nella banalità: basti vedere cosa è successo
quando questi concetti, addomesticati e strumentalizzati, sono serviti
a creare il plafond filosofico del “ritorno all’ordine”, il mediocre culto
della tradizione che ha condizionato vent’anni di arte italiana durante
il fascismo. Credo che sia questo, anche oggi, il rischio maggiore delle
molte ricerche che vivono sotto il segno del "ritorno". Non tutti possono
avere le attitudini al viaggio proprie dei due fratelli e neppure l'istintivo
e infaticabile "cannibalismo" di Picasso, che divorava e digeriva in una
stagione intere epoche della storia dell'arte. Abbiamo assistito così
negli ultimi vent'anni al sorgere (a al tramontare) di fenomeni, come
quello della "Nuova maniera", che hanno lasciato ben poche tracce significative,
annegate in un mare di noia e di cattivo gusto: E, d'altra parte, anche
le più solide estetiche costruttiviste ed astratte hanno prodotto, e tuttora
producono, un mediocre manierismo che qui a Carrara e dintorni ha lasciato
una scia di terrificanti monumenti e monumentini sparsi un po' dappertutto.
A perenne monito di quanto, oggi come sempre, la qualità sia una merce
rara.

Sono passati per sempre i tempi i cui Carrara ospitava trecento laboratori
di scultura, e candidi monumenti partivano via nave alla volta di tutte
le piazze del mondo. Bisogna rimpiangerli? Non credo che nessuno se la
senta. Il futuro di questi luoghi non è nella quantità, ma nella loro
particolare follia. Si viene a Carrara in cerca di una magia che nessun
altro luogo del mondo può dare. Qui la scultura è dappertutto. Si vive
con poco e si lavora in assoluta concentrazione, incontrando artisti che
vengono da ogni angolo del pianeta, ma entrando senza accorgersene in
un mondo in cui le origini nazionali contano poco. Chi scolpisce vive
in quel momento solo per la sua scultura. E’ la materia che alla fine
impone i suoi tempi e le sue ragioni, costringendo paradossalmente lo
scultore in una dimensione metafisica: ore e ore di lavoro per trasportare
la sua idea in un oggetto ingombrante, difficilmente commerciabile, facilissimo
a criticare e a dimenticare. Sono molti gli artisti che hanno fatto di
questo luogo la loro patria, molti di più di quelli che hanno trovato
un posto in questa mostra, necessariamente selettiva. In tutti c’è il
senso di una scelta di vita, di una alternativa che nasce da una consapevolezza:
la “diversità” di Carrara, la sua bruciante attualità, è nella sua intrinseca
severità, in quel tanto di chiusura e di indifferenza alle mode che ne
fa un necessario contrappeso alla insostenibile leggerezza del contemporaneo.
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